venerdì, 03 luglio 2009

Cuori rossi e Zona del silenzio: dedicati al caso Aldrovandi, due libri irritano la polizia

«Non sapremo mai di cos'è morto quel ragazzo». Uno dopo l'altro, in due giornate serrate di arringhe, i legali dei quattro imputati per l'omicidio colposo di Federico Aldrovandi, hanno provato a smontare le tesi della pubblica accusa fino ad approdare a una sorta di agnosticismo cosmico, uno scetticismo sitematico su ogni evidenza processuale. Conclusioni: sarebbe impossibile ricostruire le cause delle morte, ciò che è emerso «non rende plausibile (ma solo probabile, ndr) la catena causale» di eventi che hanno portato al decesso di un diciottenne incensurato e disarmato che tornava a casa all'alba di una domenica mattina di quasi quattro anni fa.
Sotto accusa, di nuovo, lo stile di vita presunto del diciottenne rimasto ucciso durante un violentissimo e misterioso controllo di polizia. In fin dei conti era un drogato, hanno insistito, un drogato perdipiù cintura marrone di karate. La tesi più cara ai difensori dei quattro membri degli equipaggi delle due volanti è quella della chetamina killer - «Sì, sì, sì», esclamava l'avvocata Vecchi del foro riminese: può dare allucinazione e agitazione - ma anche morfina ed Lsd. Eppure delle prime due sostanze furono trovate lievi tracce che non giustificherebbero l'agitazione, «l'incapacità di fermarsi di fronte allo sforzo». E di Lsd neppure quelle lievi tracce. Aldro, con ogni probabilità, fu truffato da chi gli vendette dei "francobolli" ma per le difese l'acido non si trovò «perché non fu cercato». I quattro legali e i loro collaboratori hanno spulciato ogni pagina degli atti e ne rendono conto con eloquenza in arringhe lunghe ore e ore. Confutano le perizie che, peraltro, a volte sono scritte con un linguaggio scivolosissimo e sono state svolte prima di conoscere le testimonianze che l'accusa considera decisiva. Ecco i "titoli": le difese puntano sul disaccordo tra il pm e i gli autori della superperizia che Proto ordinò quando sostituì la prima pm, quella di turno quella notte che non si presentò mai sulla scena del delitto, forse depistata da chi la avvisò appena si rese conto che il ragazzo era morto. E le indagini casalinghe? Appunto, per la difesa sarebbe tutta colpa della prima magistrata che poi, quando l'eco dell'inchiesta scavalcò i confini ferraresi, si dimise dal caso. Altro cavallo di battaglia delle difese: l'«indimostrabilità» del rilievo concausale del "contatto" tra i quattro e il giovane, pescato senza documenti in un'area - il parchetto di via Ippodromo - considerata sensibile. E la foto del cuore "spezzato"? Una «carta della disperazione» di un'accusa senza prove certe. Torna l'immagine di un ragazzo reso imbizzarrito dalle droghe, che si infurierebbe «alla sola vista del nemico», che terrorizza i passanti e poi salta sul cofano quindi sul tetto della volante, talmente forsennato da non sentire nemmeno il dolore allo scroto quando cade a cavalcioni dello sportello. Un'azione «fulminea» che nella ricostruzione delle difese si contrae in una manciata di minuti: la scena di almeno cinque minuti raccontata dalla superteste che li vide «come le formiche», «con i bastoni», sopra un ragazzo agonizzante che chiedeva di smetterla, diventa uno sketch da trenta secondi. Perché altrimenti la tesi del ragazzo "già morto", schiantato dalle droghe e dalla sindrome da eccitamento, ovvero che sarebbe morto indipendentemente dall'incontro con le volanti, non potrebbe reggersi. E i segni in testa? Solo uno sfregamento del cranio sull'asfalto. E sarebbe decisiva l'assenza di segni di manette sul dorso. E la posizione prona in cui fu lasciato nonostante non riuscisse a respirare? «Quella non compromette la ventilazione», si sente dire con ampie citazioni di letteratura scientifica. E le due testimoni residenti nella palazzina di fronte al cancello dell'ippodromo? «Non hanno visto nulla». E i manganelli? Calci e manganellate sarebbero la «leggenda nera di questo processo». Gli sfollagente, poi, erano vecchi. E le implorazioni di Federico citato da diversi testi? «Ma quelle parole erano davvero sue? Era allucinato, aveva un rapporto col mondo di tipo persecutorio». Insomma fu la droga, sempre la droga. «Il resto è probabile ma non può essere provato». Questa la trincea delle difese degli agenti che considerano le accuse «una prateria di illazioni», di suggestioni, congetture e bugie. E riservano frecciate a una stampa, a loro dire, troppo vicina alle parti civili, ossia ai genitori di Federico la cui ostinazione ha consentito l'approdo a un processo pubblico dopo mesi di depistaggi su cui indaga un'altra inchiesta.
Esplicite le citazioni in aula per il vostro cronista, da parte di uno dei legali, contro le citazioni «stonate» di questa vicenda che avrebbero «preconfezionato la sentenza». A irritare il collegio difensivo due libri: uno di Cristiano Armati ("Cuori rossi", Newton Compton) reo di aver accomunato Aldro alle centinaia di morti in ordine pubblico; l'altro quello scritto dal vostro cronista assieme al disegnatore Alessio Spataro ("Zona del silenzio", Minimum Fax) perché ci ostineremmo a «cercare verità e giustizia a senso unico, criticando insensatamente la polizia». Lunedì, dopo le probabili controdeduzioni del pm, il giudice monocratico si ritirerà in camera di consiglio.

(Checchino Antonini - da "Liberazione" del 1 luglio 2009)

Federico Aldrovandi
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categorie: ospiti, cuori rossi

Zona del silenzio: un romanzo a fumetti sul caso Aldrovandi

ZONA DEL SILENZIO

di Checchino Antonini e Alessio Spataro

Zona del silenzio
All'alba del 25 settembre del 2005, un diciottenne muore a Ferrara, pochi minuti dopo essere stato fermato dalla polizia. La storia di Federico Aldrovandi sarebbe semplicemente questa, se una madre veramente coraggiosa non avesse aperto un blog per battersi per una giustizia negata. Da quel blog e da un lavoro di inchiesta di tre anni nasce Zona del silenzio.
Un romanzo a fumetti che utilizza questo «normale» episodio di tragica violenza tutto italiano per raccontare una piccola storia di resistenza e di amicizia. Quella di un giornalista e un giovane studente che si mettono in cerca della verità sulla morte di Federico, e che finiranno per scoprire molto anche su loro stessi.
postato da: armati alle ore 10:11 | link | commenti
categorie: segnalazioni
martedì, 30 giugno 2009

Cuori rossi e i buttafuori della memoria

Il 29 gennaio del 1995, nel piazzale del “Ferraris”, Vincenzo Claudio Spagnolo viene aggredito dalla Banda del Barbour, un gruppo di milanisti di buona famiglia e di estrema destra. Sta aspettando la sua ragazza, Spagna. Sono le 13:40. L’attacco è infame, vigliacco, premeditato, studiato a tavolino. Una coltellata a un genoano, come segno distintivo della Banda, come lasciapassare per diventare grandi ed importanti nell’orbita del tifo organizzato della Sud milanista. Un colpo al cuore. Claudio muore in ospedale. La Nord genoana non lo dimenticherà mai.

Vivere nel cuore di chi resta non è morire
Hasta siempre, Spagna! Esiste una ricostruzione minuziosa di quell’evento, “Diari di una domenica ultrà”, edita dalla Franco Angeli. Copertina blu, Valerio Marchi la esponeva sempre, a San Lorenzo. Ci sono altre tracce sparse: articoli di giornali e riviste, videointerviste, speciali televisivi. E c’è il capitolo 39 di “Cuori Rossi”. Cristiano Armati è passato da Foggia per presentarlo,“Cuori rossi”. Gli abbiamo esternato la nostra condivisione: Spagna con Curiel, coi morti di Portella della Ginestra e di Brescia, con i caduti di Modena e di Avola, con Fausto, Iaio e Valerio, in quella sequenza agghiacciante di volti che è la nostra memoria. Ci ha risposto: “Voi non sapete a quanti compagni, invece, non è andata affatto giù questa cosa… Non sapete quanti mi hanno chiesto: Che c’entra?”.

No suprises, cantavano i Radiohead, nonostante la tristezza, la profonda, abissale tristezza e la momentanea impotenza.
Claudio era un compagno. Uno di noi, senza che nessuna Commissione di Saggi & Saccenti possa azzardarsi a sostenere il contrario, o rimodulare le modalità, a fingere che esista un luogo e un modo per morire bene. Per morire a sinistra.
Claudio era un nostro compagno. Come Renato Biagetti, pugnalato a Focene a margine di una festa in spiaggia; come Carlo Giuliani, sacrificato all’altare degli otto grandi. Come Nicola Tommasoli, assassinato a Verona dalla furia vigliacca di un branco di cani.

Uscire dal percorso obbligato che segna l’appartenenza, la qualità e la tonalità del muscolo cardiaco. Rossi: nelle strade, nei quartieri, in curva, nei luoghi più impensati ed impensabili, a costruire le premesse per una nuova fase, a dilatare gli spazi angusti di una contraddizione per tramutarla – come alchimisti – in aperto conflitto. A pagare in prima persona, senza concessioni e senza sconti, il conto della repressione, degli agguati vigliacchi, delle lame nel buio.
Dovrebbe essere scontato, acclarato, un dato comune a tutti quelli che in comune hanno un contesto e un cammino.
Invece. Invece sembra di sentirli quelli che inquadravano da distanze siderali il modus vivendi di Davide Cesare, Dax, che ne scandagliavano il passato – come un novello Alceste Campanile – e ne indagavano le macchie, confinando il suo stile al sottobosco inesplorato e misconosciuto delle Sottoculture. Buone, si, per un libro al cocktail, per darsi un tono da tuttologi in sala da the, per democratizzare l’approccio ancora liceale, ancora classista. Ma non certo per condividere compagni in carne ed ossa.
Il 5 giugno 1975, ad Arzello d’Acqui, in provincia d’Alessandria, durante gli ultimi singulti del sequestro di Vallarino Gancia, i carabinieri uccidono Margherita “Mara” Cagol, militante e dirigente delle Brigate Rosse. Per un vezzo maschilista ritenuta sempre e solo “la compagna di Renato Curcio”. Sulla morte di Mara esiste una verità che non è verità di Stato, che non è conflitto a fuoco, e che parla di fredda e lucida esecuzione. Così come d’esecuzione si deve parlare per Annamaria Ludman e le vittime di via Fracchia, ancora a Genova, dopo l’incursione del Nucleo Antiterrorismo che costò la vita ad altri quattro brigatisti e – come dicono molti – segnò la fine della colonna genovese. O per Walter Greco, Pedro, ucciso a Trieste da un agente della digos. Tutti impressi nella carta del capitolo 23. Un “mai documentato eccesso di ritorsione”. Tutti impressi nella memoria. Bene, perché ai compagni non è permesso atteggiarsi a vittime e c’è la storia, ci sono i colpi ricevuti, ci sono i colpi dati. Senza dosaggi e senza filtri, in ossequio all’abitudine di leggere il dato, piuttosto che a crearlo, lavorando di fantasia e d’idealismo sfatto. Eppure, anche qui le voci salgono, come una nebbia densa: “Che c’entra la Cagol? E i brigatisti, che c’entrano con i compagni?”.

Riflesso, rimando automatico ad un passato che non si vuole affrontare: le Brigate Rosse sono ancora “sedicenti”, per molti, a 40 anni di distanza. Eredità, a tratti inevitabile, di un partito glorioso ed infame, infinitamente grande e miserabilissimo. L’album di famiglia deve rimanere ermeticamente chiuso, se proprio non può essere dato alle fiamme. Anche qualora questo comportasse, come conseguenza immediata, l’impossibilità (presente e reale) di parlare con una voce della famosa “soluzione politica” per uscire dagli anni di piombo. Evitare le figuracce sui Battisti, sui Persichetti, sui Lollo. Capire chi siamo e da dove veniamo, prima di sbraitare stupidaggini, giocare – senza la minima esperienza concreta e la necessaria sapienza di vita – ai buttafuori della memoria.
Cominciando dallo studio approfondito del senso di quella formula, Vittima Consapevole, che fungeva da rivendicazione a prescindere, e toglieva ossigeno alla fatalità. Luigi Pinto non si trovava per caso a due passi dalla bomba che ha devastato la Loggia di Brescia. E posto fine alla sua vita. È bene non dimenticarlo mai. O, per chi non lo sa o lo ignora o parla di “vittime”, di cominciare a familiarizzare col nuovo linguaggio d’un tempo. Perché cambiano gli esecutori e le dinamiche. Ma raramente cambiano i mandanti.
E il fatto resta: in tanti, troppi, si autoproclamano ancora oggi giudici e si autoconvocano, per inspiegabili inerzie, a sentenziare sul passato, a selezionare, a scegliere, a vivisezionare le vite di quelli che la vita l’hanno dedicata alla propria guerra che, per definizione, è insindacabile.
Nell’incapacità di possedere una lettura organica, a dividere i buoni dai cattivi, anche a distanza di decenni. Genova – quella dell’Ottanta, quella del Novantacinque e quella del Duemilauno – non ci ha insegnato niente.

(ilLaerte - Zona Partigiana)

postato da: armati alle ore 15:26 | link | commenti
categorie: ospiti, cuori rossi

Una mattina

Una mattina mi sono svegliato
e ti ho portato i fiori,
una mattina mi sono addormentato
e ti ho portato i rovi,
un'altra ancora me ne sono andato via per sempre.

Quando ti ho portato i fiori sorridevi,
quando ti ho portato i rovi, no
piangevi,
quando me ne sono andato via per sempre
non lo so quello che hai fatto.

Io, la notte
giro come un matto
e spesso alla mattina dico: "sono sveglio".

Penso a una ragazza bionda
con le scarpe rosse
e il seno al vento...

Mi ricordo di altre notti
sempre sveglio...

I mostri
che ora mi tormentano
allora li covavo nel silenzio.


(Cristiano Armati)
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domenica, 28 giugno 2009

I tuoi conti

Quanti sogni

hai raccolto

sul mio petto,

 

quante sigarette

hai fumato

nel mio letto,

 

quanta polvere

hai dovuto

respirare,

 

quanta paura

hai dovuto

sopportare.

 

Con quanta attenzione

hai fatto l’amore,

 

con quanta voglia

hai perso le ore,

 

con quanta bellezza

mi hai fatto volare,

 

con quante lacrime

hai saputo pagare.

 

Di tutto questo

neppure il rimpianto

per quanto fiato

hai gettato

in un pozzo,

 

di tutto questo

neppure la gloria

di dare ai tuoi conti

il nome

di storia.

 

(Cristiano Armati)

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categorie: bestemmie in forma di rosa
venerdì, 26 giugno 2009

RomaSiLibra: Armati a Piazza del Popolo

MERCOLEDì 1 LUGLIO - Ore 21
Spazio incontri A - Piazza del Popolo

Nell'ambito della manifestazione ROMASILIBRA
Festa dell'editoria romana

RomaSiLibra
Cristiano Armati presenta

ROMA NOIR
Racconti dal ventre oscuro della Capitale
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categorie: reading presentazioni e festival, roma noir

Io Leggo: Armati a Villa Gordiani (Roma)

LUNEDì 29 GIUGNO - ORE 20
Villa Gordiani - Palco Pasolini (Via Prenestina - Roma)

Nell'ambito della manifestazione
IO LEGGO

Cristiano Armati presenta

ROMA NOIR

Racconti dal ventre oscuro della Capitale

Io Leggo
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categorie: roma criminale, reading presentazioni e festival

Trastevere Noir: Armati al Museo di Roma

DOMENICA 28 GIUGNO - ore 21
Museo di Roma in Trastevere (Piazza S. Egidio 1b)

Nell'ambito del TRASTEVERE NOIR FESTIVAL
e della rassegna "Gli scrittori del nero raccontano"

Cristiano Armati e Massimo Lugli incontrano i lettori per affrontare il tema "Roma, la città degli inferi: visioni dal ventre oscuro della Capitale". Ingresso gratuito.

Trastevere Noir
sabato, 20 giugno 2009

Il tuo corpo

Il tuo corpo
mi piace di più
quando ci bevo,
quando il vino
mi dà gusto
per lo sforzo
di scoprire
nel tuo corpo
ciò che posso.

Il tuo corpo
mi piace di più
quando ci mangio,
ti ho rubato
una briciola di cuore
e con quella
ho imbandito
la mia tavola,

ora nel sonno
ascolto
la sua favola
perché lui
conosce
ciò che voglio,
il tuo corpo
mi piace di più
quando ci dormo.

Il tuo corpo
mi piace di più
quando ci sogno,
un desiderio che respira piano
e che al mio fianco
sussurra il suo bisogno:

il tuo corpo
mi piace di più
quando ci muoio.


(Cristiano Armati)
postato da: armati alle ore 10:04 | link | commenti (1)
categorie: bestemmie in forma di rosa